Turni infiniti, pressione costante, assenza di pause. La Suprema Corte conferma che lo stress cronico sul lavoro può avere conseguenze mortali. Serve cambiare mentalità.
Lo stress non è un fastidio passeggero. È una condizione che logora il corpo e la mente.
Per molti lavoratori è diventato una presenza quotidiana, nascosta dietro parole come “produttività”, “emergenza”, “scadenze”.
Con l’ordinanza n. 26923 del 7 ottobre 2025, la Corte di Cassazione ha riconosciuto il nesso tra stress lavorativo e morte per infarto di un medico sottoposto a turni massacranti e a un carico di lavoro insostenibile.
I giudici hanno stabilito che le condizioni di lavoro erano causa diretta del decesso. Una decisione che segna un punto fermo: lo stress lavoro-correlato non è solo un disagio psicologico, ma un rischio concreto per la vita.
Il messaggio è chiaro: il lavoro non può costare la vita.
Dietro ogni scrivania, banco o reparto, c’è una persona. E ogni persona ha un limite. Superarlo per dovere o paura non è un atto di professionalità, ma di sacrificio inutile.
Serve un cambio di cultura.
Nelle aziende, la tutela della salute mentale deve avere lo stesso peso della sicurezza fisica.
Stress, ansia e burnout vanno considerati rischi professionali a tutti gli effetti.
Il datore di lavoro ha il dovere di prevenirli, ma anche i lavoratori devono imparare a riconoscere i segnali: insonnia, stanchezza costante, irritabilità, perdita di concentrazione.
La salute non è negoziabile.
Ogni organizzazione che rispetta le persone deve prevedere pause, turni sostenibili, spazi di ascolto e formazione sul benessere.
Non è solo un dovere legale, è una scelta etica.
Lo stress cronico non è un segno di dedizione, ma un campanello d’allarme.
Quando si accende, bisogna fermarsi.
Perché lavorare non deve mai significare ammalarsi.
