Avrebbe dovuto ridurre la precarietà, garantire più occupazione e modernizzare il mercato del lavoro, almeno nelle intenzioni del governo Renzi. Invece, a circa dieci anni di distanza dalla sua approvazione, il Jobs Act sembra aver soltanto ridotto le tutele dei lavoratori, favorito la precarietà e contribuito a far calare i salari.
Con conseguenze particolarmente negative per i giovani, sempre più spesso costretti a emigrare all’estero in cerca di migliori condizioni di vita. Il fallimento è tutto nei numeri che evidenziano il circolo vizioso di lavoro precario, stipendi da fame, scarsa produttività e crescita modesta alimentato proprio dalla riforma varata tra 2014 e 2016.
L’indebolimento delle tutele
Partiamo dalle tutele dei lavoratori. Il Jobs Act è passato alla storia per l’introduzione del contratto a tutele crescenti: nelle imprese con più di 15 dipendenti, gli assunti a partire dal 7 marzo 2015 non possono rientrare nel posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo.
Questo perché la riforma ha sostituito il reintegro, previsto dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, con un semplice indennizzo economico. In queste condizioni versano oltre 3 milioni e 500mila persone, destinate ad aumentare nei prossimi anni. Nel frattempo, la riforma varata dal governo Renzi ha determinato una evidente disparità tra i lavoratori: persino nella stessa azienda non è raro vedere dipendenti privi della tutela del reintegro che, invece, è riconosciuta ai loro colleghi più anziani.
Ovviamente, l’indebolimento delle garanzie per i lavoratori non ha fatto altro che portare a licenziamenti facili e a un sostanziale indebolimento del potere contrattuale del personale.
L’esplosione della precarietà contrattuale
E non finisce qui. Il Jobs Act, infatti, ha aumentato la precarietà anche sotto il profilo delle forme contrattuali. I dati in tal senso sono eloquenti: tra 2004 e 2024 l’occupazione dipendente totale è aumentata del 17%, ma a crescere sono stati soprattutto i lavori a termine e part-time. I lavoratori a tempo indeterminato e pieno sono aumentati solo del 7,2%, mentre quelli stabili ma part-time sono lievitati addirittura del 60. I lavoratori a tempo determinato e pieno sono cresciuti del 32%, quelli part-time sono praticamente raddoppiati con un aumento del 95.
Come ha evidenziato la Fondazione Di Vittorio, in entrambi i casi l’incremento si è registrato soprattutto tra 2014 e 2019, cioè dopo il Jobs Act, a dimostrazione che questa legge non ha fatto altro che trasformare la precarietà in un elemento strutturale del mercato del lavoro, se è vero che oggi quasi il 30% degli occupati opera sulla base di contratti non standard e che a essere coinvolti in questa dinamica sono soprattutto laureati, giovani e donne.
L’impatto su salari e produttività
Ma gli effetti negativi del Jobs Act si sono manifestati anche per quanto riguarda salati e produttività. Un dato su tutti: tra 2008 e 2024 i salari reali medi in Italia sono diminuiti di 9 punti, mentre in Germania e Francia sono cresciuti rispettivamente del 14 e del 5%. Anzi, secondo il rapporto Ocse sull’occupazione, il nostro è il Paese con la maggiore caduta dei salari reali nell’area.
Evidentemente il crollo degli stipendi è il frutto della precarizzazione del lavoro, dello spostamento verso servizi a bassa qualificazione e della mancanza di investimenti che hanno caratterizzato il Jobs Act: basti pensare che, tra 2010 e 2019, gli investimenti fissi lordi in Italia sono caduti in termini reali di 8 punti, mentre sono aumentati del 16% in Francia e del 20 in Germania.
Quanto agli effetti sulla produttività delle imprese, le tesi sono contrastanti: secondo alcuni la riforma varata dal governo Renzi l’ha rafforzata, ma secondo altri l’incremento è impercettibile o addirittura nullo e comunque non sufficiente per determinare un miglioramento delle performance delle aziende.
I giovani, i più penalizzati
Ma chi ha pagato il prezzo più alto per il Jobs Act? La risposta è semplice: i giovani. Sempre secondo la Fondazione Di Vittorio, per i lavoratori tra 15 e 34 anni la percentuale di contratti a tempo determinato è balzata dal 19 del 2004 a oltre il 30 nel 2024, raggiungendo il 37 nel 2018 proprio dopo l’introduzione della riforma voluta dal governo Renzi.
Il risultato? Tra 2011 e 2023 circa 550mila giovani hanno lasciato l’Italia, con un saldo negativo di 377mila persone nella fascia 15-34 anni e un dettaglio ancora più preoccupante: addirittura il 43% dei ragazzi che emigrano è laureato.
Un bilancio difficile da ignorare
Insomma, le statistiche non lasciano spazio a dubbi: quello del Jobs Act è un bilancio evidentemente fallimentare. Ciò non è bastato, in occasione del recente referendum abrogativo sostenuto dalla Cgil, a portare alle urne un numero sufficiente di elettori e a determinare la vittoria del sì.
Ma la consultazione popolare ha avuto un merito, cioè quello di aprire un dibattito su salari, precarietà e tutele dei lavoratori: temi che sembravano essere spariti dall’agenda politica e che, invece, dovrebbero essere oggetto di riflessioni e riforme più accorte.
